LETTERA A UN PALESTINESE

Una lettera che racconta 40 anni di storia. Dalia Landau, un’ebrea israeliana, scrive a Bashir Khavri, avvocato di pro­fessione e palestinese, che sta per essere deportalo in Libano. Li unisce uno stesso destino: una casa in comune, in cui Bashir è nato prima della creazione di Israele, e in cui Dalia è cresciuta dopo il suo arrivo nel ’48. Si incontrano, si parlano, ma la storia dei rispettivi popoli li divide. Ecco come la racconta Dalia, in un testo pubblicato il 14 gennaio di quest’anno sul quotidiano israeliano “Jerusalem Post” e che qui riproduciamo.

di DALIA LANDAU

Caro Bashir, ci siamo conosciuti 20 anni fa in circostanze insolite e impreviste. Da allora le nostre vite si sono in qualche modo intrecciate. Adesso mi dicono che ti stanno per deportare. Visto che ora sei in prigione, e questa potrebbe essere l’ultima occasione per comunicare con te, ho scelto di scriverti questa lettera aperta. Prima però voglio ripercorrere ancora una volta la nostra storia.
Dopo la guerra dei Sei Giorni, sei venuto qui a Ramle insieme a due altre persone a vedere la casa in cui sei nato. Quello è stato il mio primo incontro con dei palestinesi. Io, con la mia famiglia, vivevo in quella casa dal 1948, proprio dopo che la tua famiglia era stata obbli­gata ad andarsene — tu allora eri un bambino di sei anni, io avevo un anno. Eravamo venuti nel nuovo stato di Israele con altri 50 mila ebrei bulgari, e la tua casa era considerata “proprietà abbandonata”.
Dopo la tua prima visita nel 1967, ho accettato il tuo invito a venire a Ramallah. Abbiamo parlato per ore e stabilito un caldo rapporto umano. Tuttavia, fu chiaro che le nostre posizioni politiche erano molto diverse. Ognuno di noi guar­dava attraverso le lenti della sofferenza del proprio popolo. La mia prospettiva però cominciò a cambiare. Un giorno che non dimenticherò mai, tuo padre venne a casa nostra a Ramle. Tuo padre allora era vecchio e cieco. Si mise a toccare le pietre rugose della casa. Poi chiese se l’albero di limoni stava ancora nel giardi­no. Lo portammo vicino all’albero pieno di frutti che aveva piantato molti anni prima. Lo accarezzò e rimase lì, in silen­zio. Le lacrime gli scorrevano sul viso.
Molti anni dopo, tuo padre era morto e tua madre mi disse che, ogni volta che si sentiva angosciato la notte, si mette­va a camminare su e giù nel vostro appartamento in affitto a Ramallah, tenendo in mano un limone ormai secco. Era lo stesso limone che gli aveva dato mio padre quel giorno.
Fin da quando ti ho conosciuto, mi ha cominciato a crescere dentro il sentimento che questa casa spaziosa con gli alti soffitti, le grandi finestre, e i vasti terreni non era più soltanto una “casa araba”. Dietro, c’erano ora dei volti. I muri evocavano memorie e lacrime di altra gente. Per me è stato molto doloroso da giovane, 20 anni fa, aprire gli occhi su alcuni fatti allora tenuti molto ben nasco­sti. Per esempio ci era stato fatto credere che la popolazione araba di Ramle e Lod fosse scappata all’avanzare dell’esercito israeliano nel ’48, lasciandosi tutto dietro in una fuga precipitosa e vigliacca. Questa certezza ci rassicura­va. Serviva a prevenire i sensi di colpa e i rimorsi. Dopo il 1967, però, non solo ho cono­sciuto te, ma anche un ebreo israeliano che aveva parteci­pato in prima persona all’e­spulsione da Ramle e Lod. Mi raccontò la storia così come l’aveva vissuta, e come anche Yitzhak Rabin la con­fermò più tardi nelle sue me­morie. L’amore per il mio Paese stava perdendo la sua innocenza. Si caricava di una nuova dimensione. Mentre io imparavo a vivere con questa nuova consapevolezza, tu fo­sti imprigionato. Eri accusato di aver messo una bomba che aveva ucciso vari civili. Nel mio cuore c’è ancora dolore per quelle persone assassi­nate. Hai scontato 15 anni. Quando ti hanno rilasciato, ti abbiamo cercato e ci siamo rivisti l’un l’altro. Tuttavia, dai nostri discorsi capimmo che, nonostante fosse passato del tempo, le tue posizioni fondamentali non erano cambiate — e questo rendeva impossibile trovare un terreno comune. Forse un giorno, se tutti e due saremo disposti a fare dei sacrifici, arriveremo forse a una sorta di perdono reciproco.
Se potessi dissociarti dalle passate azioni terroristiche, l’impegno che hai verso il tuo popolo acquisterebbe ai miei occhi un’autentica forza morale. Mi rendo ben conto che “terrore” è un termine relativo e corrisponde a un punto di vista soggettivo. Alcuni dei leader politici israeliani in passato erano dei terroristi, e non se ne sono mai pentiti. So che quel che noi chiamiamo terrore per la tua gente è un’eroica “lotta armata”, combattuta con i mezzi che avete a disposizione. Ciò che noi consideriamo nostro diritto all’autodife­sa, quando bombardiamo obiettivi pale­stinesi e colpiamo inevitabilmente la popolazione civile, per voi è terrore di massa che si abbatte dal cielo, grazie all’uso di tecnologie avanzate. Ognuna delle due parti ricorre a una dose d’inge­nuità per giustificare le proprie posizio­ni. Fino a quando terremo in vita que­sto circolo vizioso?
Ci insegnano che l’essenza della nostra tradizione ebraica si può racchiude­re in queste parole: “Non fare ad altri ciò che non desideri sia fatto a te”. Fin quando sia israeliani che palestinesi non faranno proprio questo fondamentale principio umano, non costruiremo mai una solida base per la coesistenza.
Tu, Bashir, sei un sostenitore di Habash [ndr, George Habash, leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina], il quale rifiuta l’autodeterminazione del mio popolo in questa terra. Finché sentiremo questo totale rifiuto, tu e il tuo popolo non avrete mai la vostra indipendenza. Perché vi alienerete tutti quegli Israeliani che, come me, son pronti ad appoggiare la lotta palestinese per l’autoderminazione.
Non importa quel che tu possa aver fatto recentemente per dispiacere alle autorità militari, la deportazione è una violazione dei diritti umani ed è dunque sbagliata. È allo stesso tempo controproducente per Israele. Non solo le espulsioni generano ancora più amarezza e estremismo tra i palestinesi, ma danno ai deportati maggior libertà di progettare all’estero azioni contro Israele. Tu, Bashir, hai già dovuto subire un’espulsione da Ramle quando eri bambino. Ora stai per sperimentarne un’altra, da Ramallah, 40 anni dopo. Sarai probabilmente separato da tua moglie e dai tuoi bambini, Ahmed e Hanin, dalla tua vecchia madre e dal resto della tua famiglia. Come potranno i tuoi figli non odiare coloro che li hanno privati del loro padre?

E quest’eredità di dolore si accrescerà e si indurirà nell’amarezza ora che viene passata da una generazione all’altra. Mi sembra, Bashir, che ora avrai una nuova opportunità di assumere un ruolo di leadership. Con la sua intenzione di deportarti, Israele in effetti ti sta dando più potere. Mi appello a te perché tu possa produrre un tipo di leadership che ricorre a metodi di lotta non violenti per conquistare i suoi diritti.
Io mi appello sia ai palestinesi che agli israeliani perché comprendano che l’uso della forza non risolverà alle radici questo conflitto. È una guerra che nessuno riuscirà a vincere; o i nostri due popoli otterranno ambedue la liberazione, o non l’avrà nessuno.
Le nostre memorie d’infanzia, le tue e le mie, sono intrecciate nella tragedia. Se non riusciamo a trovare un modo per trasformare quella tragedia in una comune benedizione, rimanere aggrappati al passato distruggerà il nostro futuro. Deprederemo così della sua allegra infanzia un’altra generazione ancora e ne faremo martiri per una causa che non ha nulla di santo. Prego affinché con la tua collaborazione e l’aiuto di Dio, i nostri figli possano gioire davvero della bellezza e dell’abbondanza di questa santa terra

Allah ma’ak – Che Dio sia con te,

Dalia

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