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La leggenda del vecchio marinaro, 1798
di Samuel Taylor Coleridge

Traduzione di Enrico Nencioni

The Rime of the Ancient Mariner

The Rime of the Ancient Mariner

È un vecchio marinaio, e ferma uno dei tre convitati: “Per la tua lunga barba grigia e il tuo occhio scintillante, e perchè ora mi fermi?

Le porte del Fidanzato son già tutte aperte, e io sono il più stretto parente; i convitati son già riuniti, il festino è servito, tu puoi udirne di qui l’allegro rumore.”

Ma egli lo trattiene con mano di scheletro. “C’era una volta un bastimento …” comincia a dire. “Lasciami, non mi trattener più, vecchio vagabondo dalla barba brizzolata!” E quello immediatamente ritirò la sua mano.

Ma con l’occhio scintillante lo attrae e lo trattiene. -E il Convitato resta come paralizzato, e sta ad ascoltare come un bambino di tre anni: il vecchio Marinaro è padrone di lui.

Il Convitato si mise a sedere sopra una pietra: e non può fare a meno di ascoltare attentamente. E cosí parlò allora quel vecchio uomo, il Marinaro dal magnetico sguardo:

“La nave, salutata, avea già lasciato il porto, e lietamente filava sull’onde, sotto la chiesa, sotto la collina, sotto l’alto fanale.

Il Sole si levò da sinistra, si levò su dal mare. Brillò magnificamente, e a destra ridiscese nel mare

Ogni di piú alto, sempre più alto finchè diritto sull’albero maestro, a mezzogiorno …” Il Convitato si batte il petto impaziente, perchè sente risuonare il grave trombone.

La Sposa si è avanzata nella sala: essa è vermiglia come una rosa; la precedono, movendo in cadenza la testa, i gai musicanti.

Il Convitato si percuote il petto, ma non può fare a meno di stare a udire il racconto. E così seguitò a dire quell’antico uomo, il Marinaro dall’occhio brillante.

“Ed ecco che sopraggiunse la burrasca, e fu tirannica e forte. Ci colpì con le sue irresistibili ali, e, insistente, ci cacciò verso sud.

Ad alberi piegati, a bassa prora, come chi ha inseguito con urli e colpi pur corre a capo chino sull’orma del suo nemico, la nave correva veloce, la tempesta ruggiva forte, e ci s’inoltrava sempre piú verso il sud.

Poi vennero insieme la nebbia e la neve; si fece un freddo terribile: blocchi di ghiaccio, alti come l’albero della nave, ci galleggiavano attorno, verdi come smeraldo.

E traverso il turbine delle valanghe, le rupi nevose mandavano sinistri bagliori: non si vedeva più forma o di bestia – ghiaccio solo da per tutto.

Il ghiaccio era qui, il ghiaccio era là, il ghiaccio era tutto all’intorno: scricchiolava e muggiva, ruggiva ed urlava. come i rumori che si odono in una sincope.

Alla fine un Albatro passò per aria, e venne a noi traverso la nebbia. Come se fosse stato un’anima cristiana, lo salutammo nel nome di Dio.

Mangiò del cibo che gli demmo, benchè nuovo per lui; e ci volava e rivolava d’intorno. Il ghiaccio a un tratto si ruppe, e il pilota potè passare fra mezzo.

E un buon vento di sud ci soffiò alle spalle, e l’Albatro ci teneva dietro; e ogni giorno veniva a mangiare o scherzare sul bastimento, chiamato e salutato allegramente dai marinari.

Tra la nebbia o tra ‘l nuvolo, su l’albero o su le vele, si appollaiò per nove sere di seguito; mentre tutta la notte attraverso un bianco vapore splendeva il bianco lume di luna.”

“Che Dio ti salvi, o Marinaro, dal demonio che ti tormenta! – Perchè mi guardi cosí, Che cos’hai?” – “Con la mia balestra, io ammazzai l’ALBATRO!

Il sole ora si levava da destra: si levava dal mare, circonfuso e quasi nascosto fra la nebbia, e si rituffava nel mare a sinistra.

E il buon vento di sud spirava ancora dietro a noi, ma nessun vago uccella lo seguiva, e in nessun giorno riapparve per cibo o per trastullo al grido dei marinari.

Oh, io avevo commesso un’azione infernale, e doveva portare a tutti disgrazia; perchè, tutti lo affermavano, io avevo ucciso l’uccello che faceva soffiare la brezza. Ah, disgraziato, dicevano, ha ammazzato l’uccello che faceva spirare il buon vento.

Nè fosco nè rosso, ma sfolgorante come la faccia di Dio, si levò il sole gloriosamente. Allora tutti asserirono che io avevo ucciso l’uccello che portava i vapori e le nebbie. È bene, dissero, è bene ammazzare simili uccelli, che apportano i vapori e le nebbie.

La buona brezza soffiava, la bianca spuma scorreva, il solco era libero: eravamo i primi che comparissero in quel mare silenzioso…

A un tratto, il vento cessò, e cadder le vele; fu una desolazione ineffabile: si parlava soltanto per rompere il silenzio del mare.

Solitario in un soffocante cielo di rame, il sole sanguigno, non più grande della luna, si vedeva a mezzogiorno pender diritto sull’albero maestro.

Per giorni e giorni di seguito, restammo come impietriti, non un alito, non un moto; inerti come una nave dipinta sopra un oceano dipinto.

Acqua, acqua da tutte le parti; e l’intavolato della nave si contraeva per l’eccessivo calore; acqua, acqua da tutte le parti; e non una goccia da bere!

Il mare stesso si putrefece. O Cristo! che ciò potesse davvero accadere? Sì; delle cose viscose strisciavano trascinandosi su le gambe sopra un mare glutinoso.

Attorno, attorno, turbinosi, innumerevoli fuochi fatui danzavano la notte: l’acqua, come l’olio nella caldaia d’una strega, bolliva verde, blu, bianca.

E alcuni, in sogno, ebbero conferma dello spirito che ci colpiva così: a nove braccia di profondità, ci aveva seguiti dalla regione della nebbia e della neve.

E ogni lingua, per l’estrema sete, era seccata fino alla radice; non si poteva più articolare parola, quasi fossimo soffocati dalla fuliggine.

Ohimè! che sguardi terribili mi gettavano, giovani e vecchi! In luogo di croce, mi fu appeso al collo l’Albatro che avevo ucciso.

E passò un triste tempo. Ogni gola era riarsa, ogni occhio era vitreo. Un triste tempo, un triste tempo! E come mi fissavano tutti quegli occhi stanchi! Quand’ecco, guardando verso occidente, io scorsi qualche cosa nel cielo.

Da prima, pareva una piccola macchia, una specie di nebbia; si moveva, si moveva, e alla fine parve prendere una certa forma.

Una macchia, una nebbia, una forma, che sempre più si faceva vicina: e come se volesse sottrarsi ed evitare un fantasma marino, si tuffava, si piegava, si rigirava.

Con gole asciutte, con nere arse labbra, non si poteva nè ridere nè piangere. In quell’eccesso di sete, stavano tutti muti. Io mi morsi un braccio, ne succhiai il sangue, e gridai: Una vela! Una vela!

Con arse gole, con nere labbra bruciate, attoniti mi udiron gridare. Risero convulsamente di gioia: e tutti insieme aspirarono l’aria, come in atto di bere.

Vedete! vedete! (io gridai) essa non gira più, ma vien dritta a recarci salute: senza un alito di vento, senza corrente, si avanza con la chiglia elevata.

A occidente l’acqua era tutta fiammeggiante; il giorno era presso a finire. Sull’onda occidentale posava il grande splendido sole – quand’ecco quella strana forma s’interpose fra il sole e noi.

E a un tratto il sole apparve listato di strisce (che la celeste Madre ci assista!) come se guardasse dalla inferriata di una prigione con la sua faccia larga ed accesa.

Ohimè! (pensavo io, e il cuore mi batteva forte), come si avvicina rapidamente, ogni momento di più! Son quelle le sue vele, che scintillano al sole come irrequiete fila di ragno?

Son quelle le sue coste, traverso a cui il sole guarda come traverso a una grata? E quella donna là è tutto l’equipaggio? È forse la Morte? o ve ne son due? o è la Morte la compagna di quella donna?

Le sue labbra eran rosse, franchi gli sguardi, i capelli gialli com’oro: ma la pelle biancastra come la lebbra… Essa era l’Incubo VITA-IN-MORTE, che congela il sangue dell’uomo.

Quella nuda carcassa di nave ci passò di fianco, e le due giocavano ai dadi. “Il gioco è finito! ho vinto, ho vinto!” dice l’una, e fischia tre volte.

L’ultimo lembo di sole scompare: le stelle accorrono a un tratto: senza intervallo crepuscolare, è già notte. Con un mormorio prolungato fuggì via sul mare quel battello-fantasma.

Noi udivamo, e guardavamo di sbieco, in su. Il terrore pareva suggere dal mio cuore, come da una coppa, tutto il mio sangue vitale. Le stelle erano torbide, fitta la notte, e il viso del timoniere splendeva pallido e bianco sotto la sua lanterna.

La rugiada gocciava dalle vele; finchè il corno lunare pervenne alla linea orientale, avendo alla sua estremità inferiore una fulgida stella,

L’un dopo l’altro, al lume della luna che pareva inseguita dalle stelle, senza aver tempo di mandare un gemito o un sospiro, ogni marinaro torse la faccia in una orribile angoscia, e mi maledisse con gli occhi.

Duecento uomini viventi (e io non udii nè un sospiro nè un gemito), con un grave tonfo, come una inerte massa, caddero giù l’un dopo l’altro.

Le anime volaron via dai loro corpi – volarono alla beatitudine o alla dannazione; ed ogni anima mi passò d’accanto sibilando, come il fischio della mia balestra.

“Tu mi spaventi, vecchio Marinaro! La tua scarna mano mi fa pura! Tu sei lungo, magro, bruno come la ruvida sabbia del mare.

Ho paura di te, e del tuo occhio brillante, e della tua bruna mano di scheletro…”- “Non temere, non temere, o Convitato! Questo mio corpo non cadde fra i morti.

Solo, solo, affatto solo – solo in un immenso mare! E nessun santo ebbe compassione di me, della mia anima agonizzante.

Tutti quegli uomini così belli, tutti ora giacevano morti! e migliaia e migliaia di creature brulicanti e viscose continuavano a vivere, e anch’io vivevo.

Guardavo quel putrido mare, e torcevo subito gli occhi dall’orribile vista; guardavo sul ponte marcito, e là erano distesi i morti.

Alzai gli occhi al cielo, e tentai di pregare; ma appena mormoravo una prece, udivo quel maledetto sibilo, e il mio cuore diventava arido come la polvere.

Chiusi le palpebre, e le mantenni chiuse; e le pupille battevano come polsi; perchè il mare ed il cielo, il cielo ed il mare, pesavano opprimenti sui miei stanchi occhi; e ai miei piedi stavano i morti.

Un sudore freddo stillava dalle loro membra, ma non imputridivano, nè puzzavano: mi guardavano sempre fissi, col medesimo sguardo con cui mi guardaron da vivi.

La maledizione di un orfano avrebbe la forza di tirar giù un’anima dal cielo all’inferno; ma oh! più orribile ancora è la maledizione negli occhi di un morto! Per sette giorni e sette notti io vidi quella maledizione… eppure non potevo morire.

La vagante luna ascendeva in cielo e non si fermava mai: dolcemente saliva , saliva in compagnia di una o due stelle.

I suoi raggi illusori davano aspetto di una distesa bianca brina d’aprile a quel mare putrido e ribollente; ma dove si rifletteva la grande ombra della nave, l’acqua incantata ardeva in un monotono e orribile color rosso.

Al di là di quell’ombra, io vedevo i serpi di mare muoversi a gruppi di un lucente candore; e quando si alzavano a fior d’acqua, la magica luce si rifrangeva in candidi fiocchi spioventi.

Nell’ombra della nave, guardavo ammirando la ricchezza dei loro colori; blu, verde-lucidi, nero-vellutati, si attorcigliavano e nuotavano; e ovunque movessero, era uno scintillio di fuochi d’oro.

O felici creature viventi! Nessuna lingua può esprimere la loro bellezza: e una sorgente d’amore scaturì dal mio cuore, e istintivamente li benedissi. Certo il mio buon Santo ebbe allora pietà di me, e io inconsciamente li benedissi.

Nel momento stesso potei pregare; e allora l’Albatro si staccò dal mio collo, e cadde, e affondò come piombo nel mare.

Oh, il sonno! esso è una cosa soave, amata da un polo all’altro. Sia lodata la Vergine Maria! Essa dal cielo mi mandò il dolce sonno che penetrò nella mia anima.

Sognai che le secchie rimaste inutili per tanto tempo sul ponte, erano piene di rugiada; e quando mi destai, pioveva.

Le mie labbra eran bagnate, la mia gola rinfrescata, tutti i miei vestiti inzuppati d’acqua: certo io avevo bevuto durante il sogno, e ancora bevevo.

Mi mossi, e non sentivo più le mie membra: ero così leggero, che quasi credetti di essere morto dormendo, e diventato uno spirito benedetto.

A un tratto sentii un muggito di vento: non pareva che si avvicinasse, – ma col solo rumore scoteva le vele che erano così sottili e riarse!

L’aria in alto si animò a un tratto, e cento banderuole di fuoco abbagliante si agitarono di qui, di là, per ogni verso: e da ogni parte le pallide stelle parevano danzare in quel turbinio.

Il vento si avvicinava e ruggiva più forte, e le vele sospiravano col mormorio della saggina; e la pioggia si rovesciò giù da una sola nuvola nera, al cui estremo lembo appariva la luna.

Il fitto nugolo nero si squarciò; ma la luna gli restò accanto: come acque lanciate da qualche alta rupe, i lampi si succedevano senza interruzione, in largo e precipitoso torrente.

Il gagliardo vento non arrivava fino alla nave; eppure la nave cominciò a muoversi! Al misto bagliore dei lampi e della luna, gli uomini morti a un tratto mandarono un gemito.

Mandarono un gemito, si smossero, si levarono tutti in piedi – ma senza parlare, e senza girare gli occhi. Sarebbe stato strano anche in un sogno, aver visto quei morti alzarsi da terra!…

Guidato dal timoniere, il bastimento cominciò a muoversi; eppure nessun soffio lo spingeva dall’alto. I marinari cominciarono tutti a manovrare ai cordami secondo il solito, muovendo le membra meccanicamente come inanimati strumenti… Oh, noi eravamo uno spaventoso equipaggio!

Il corpo di un mio nipote mi stava accanto, ginocchio a ginocchio: quel corpo ed io si manovrava ad un medesimo canapo, ma egli non mi diceva una parola…”

“Tu mi fai terrore, vecchio Marinaro!” “Rassicùrati, o Convitato! non eran le anime dei morti nell’angoscia, tornati a vivificare i cadaveri,; ma una schiera di beati spiriti.

E quando albeggiò, essi piegaron le braccia e si affollarono intorno all’albero maestro. Dolci suoni uscirono lentamente dalle loro bocche, ed esalarono dai loro corpi.

Intorno intorno volava ognuno di quei dolci suoni; e ascendeva rapido al sole; poi lenti e soavi tornavano indietro, ora in coro, ora ad uno ad uno.

Talvolta mi pareva di udir cantare l’allodola scendente dal cielo; talvolta era come se cantassero insieme tutti gli uccellini, ed empissero l’aria ed il mare coi loro dolci gorgheggi.

Ed ora pareva un pieno di strumenti, ora come un flauto solitario; -ed era il canto di un angelo che i cieli ascoltano muti.

Cessò; ma le vele continuarono il loro lieto mormorio fino a mezzogiorno, il mormorio di un nascosto ruscello nel fiorito mese di giugno, che canta tutta la notte una tranquilla melodia ai boschi dormienti.

Navigammo placidamente fino a mezzogiorno, ma senza un soffio di brezza; lentamente, pianamente, il bastimento procedeva come spinto da un impulso sottomarino.

A nove tese di profondità sotto la chiglia, venuto dalla regione della nebbia e della neve, scorreva uno spirito – era esso che metteva in moto la nave: ma a mezzodì le vele cessarono il loro mormorìo, e la nave si arrestò.

Il sole alto sull’albero maestro la vide immobilizzata sull’acque; ma dopo un minuto cominciò ad agitarsi con un breve e difficile movimento: andando avanti e indietro metà della sua lunghezza, con un corto e penoso movimento.

Poi, come uno scalpitante cavallo lasciato andare ad un tratto, essa fece un subito sbalzo… Mi andò tutto il sangue alla testa, e caddi svenuto.

Non saprei dire quanto durasse lo svenimento: ma prima di riprendere i sensi, io udii e intimamente distinsi due voci nell’aria.

“È lui? – diceva una – è questo l’uomo? Per Colui che spirò sulla croce; è lui che con la crudele balestra abbattè l’Albatro innocente!

Lo spirito che abita solitario nella regione della nebbia e della neve amava l’uccello amante dell’uomo, che l’uomo ingrato uccise con la sua balestra.”

L’altra era una voce più bassa, dolce come stille di miele, e diceva: “L’uomo ne ha già fatto penitenza, e altra penitenza ha da fare.”

PRIMA VOCE

“Ma dimmi, dimmi, parla di nuovo, rinnovando le tue dolci note. – Che cos’è che spinge così veloce la nave? e che va facendo l’Oceano?”

SECONDA VOCE

“Immobile come uno schiavo dinanzi al mio signore, l’Oceano non ha più un soffio; guarda in silenzio col suo grande e scintillante occhio la Luna, come per domandare in che direzione ha da muoversi – perchè è lei che lo guida, calmo o agitato. Vedi, fratello, vedi con che soave grazia essa guarda in giù sopra di lui!”

PRIMA VOCE

“Ma come mai quella nave, senza onda e senza vento, scorre così veloce?”

SECONDA VOCE

“L’aria le è rotta dinanzi, e si richiude subito dietro il suo passaggio.

Vola, fratello, vola! più alto! più alto! o noi saremo in ritardo; poichè la nave si muoverà lenta lenta, appena ritorni in sè il marinaro.”

Mi destai; e si navigava come in propizia stagione. Era notte, una notte tranquilla, la luna era alta – gli uomini morti giacevano uno accanto all’altro.

Giacevano tutti insieme sul ponte, che pareva diventato un carnaio: tutti fissavan su di me i loro occhi impietriti che brillavano al lume della luna.

L’angoscia, la maledizione con la quale morirono, non era sparita mai: io non potevo staccare i miei occhi dai loro, nè sollevarli per pregare.

Ma finalmente questo incanto fu rotto: ancora una volta rivedevo l’oceano verde; e benchè spingessi lontano lo sguardo, non scorgevo quasi più nulla dei passati prodigi.

Ero come un uomo che in una via solitaria si avanza con timore e terrore, ed essendosi voltato un momento, ricammina senza più volger la testa; perchè sente che un orribil demonio è dietro i suoi passi.

Ma presto alitò una brezza su me, senza produrre suono nè moto; il suo passaggio non era sul mare, nell’onda, o nell’ombra.

Mi sollevava i capelli, mi sventolava su le gote, soave come uno zeffiro sui prati di primavera – si mescolava stranamente anch’essa con le mie paure, eppure la sentivo come un fausto saluto.

Rapida, rapida, filava la nave, eppur veleggiava soavemente; dolcemente spirava la brezza – e spirava sopra me solo.

Oh sogno di gioia! Quella ch’io vedo è davvero la punta del fanale? È quella la collina? quella la chiesa? è proprio questo il mio paese?

Si entrò in porto, e io pregai singhiozzando: Mio Dio fa che ora mi desti – o se questo è un sogno, fammi dormire per sempre!

L’acqua nel porto era limpida come cristallo, e sì placidamente stendevasi! la baia era tutta illuminata dal chiarore lunare.

La rupe risplendeva, e non meno la chiesa che è su la rupe; la luna illuminava in perfetto silenzio l’immobile banderuola.

La baia era tutta bianca nella tacita luce, quand’ecco sorgenti da essa varie forme, che erano ombre, apparvero in vermigli colori.

Quelle ombre vermiglie erano a poca distanza dalla prora. Io girai gli occhi sul ponte… -O Cristo, che cosa vi vidi!

Ogni cadavere giaceva inanime e irrigidito, e, per la santa Croce! un uomo tutto luce, un uomo-angelo, stava presso ogni morto.

Ciascuno di quella serafica schiera accennava con la mano: era una celeste visione! Essi stavano come segnali alla terra, ognuno un soave splendore.

Ognuno dell’angelica schiera stendeva la mano accennando, e non emisero voce – nessuna voce ; ma oh! quel silenzio scese come una musica nel mio cuore!

A un tratto udii un tuffo di remi; udii il grido del pilota; ignota forza mi fece volger la testa, ed ecco apparire un battello.

Sentii avvicinarsi rapidamente il pilota e il suo ragazzo. Gran Dio del cielo, fu tale la gioia, che i morti stessi non potevan turbarla.

Vidi una terza persona, e sentii la sua voce. Egli è il buon eremita! Canta a voce alta i santi inni che compone nel bosco. Egli mi confesserà – egli laverà la mia anima dal sangue dell’ Albatro.

Il buon eremita dimora in un bosco che costeggia il mare. Ha una forte e simpatica voce, e ama conversare coi marinari che vengono da lontane regioni.

S’inginocchia la mattina, a mezzogiorno, e la sera: e ha per morbido cuscino il muschio che riveste un vecchio tronco di quercia.

Il battello si avvicinava. Io li sentivo parlare: “È strano davvero! e dove son ora quei tanti e belli splendori che dianzi ci facevano cenno?”

“Strana cosa davvero in fede mia! (soggiunse l’eremita) non è stato nemmeno risposto al nostro saluto! L’intavolato della nave è tutto sconnesso, e vedete le vele, come sono sottili e consunte!

Io non ho mai visto nulla di simile, se non fosse per quei bruni scheletri di foglie che galleggiano nel ruscello del mio bosco; quando i rami d’ellera son coperti di neve, e il gufo ulula al lupo che divora i lupicini.”

“Signore Iddio! ha proprio un aspetto diabolico (aggiunse il pilota) e io sono stordito dallo spavento.” – “Coraggio e avanti!” rispose allegramente l’eremita.

Il battello si appressò alla nave; ma io non dissi parola, nè feci motto; il battello venne proprio accosto alla nave, e immediatamente fu udito un rumore.

Un rumore che dapprima brontolava sott’acqua, poi si fece più forte e più spaventoso… arrivò alla nave, sconvolse tutta la baia… e la nave affondò come piombo.

Stordito da quell’orribil fracasso che scosse mare e cielo, il mio corpo galleggiava come quello di un annegato da sette giorni – quando a un tratto, come in un sogno, mi ritrovai nel battello del pilota.

Sulla voragine dove affondò il bastimento il battello si aggirava vorticoso. Tutto era tornato tranquillo; solo la collina echeggiava ancora del gran rimbombo.

Quando io mossi le labbra per parlare, il pilota mandò un grido, e cadde svenuto, Il buon eremita levò gli occhi al cielo, e si mise a pregare.

Io afferrai i remi. Il ragazzo del pilota, che ora è diventato pazzo, rideva forte e a lungo, girando gli occhi di qua e di là. “Ah! ah! (diceva) mi accorgo ora che il Diavolo ha imparato a remare.”

Ed ecco io misi piede sulla terra ferma, nel mio paese nativo. L’eremita uscì con me dal battello, ma poteva reggersi appena.

“Oh confessami, sant’uomo, confessami!” – L’eremita aggrottò il sopracciglio. “Dimmi subito, t’impongo di dirlo, che razza d’uomo sei tu?”

E immediatamente questa mia persona fu torturata in una tremenda agonia che mi obbligò a raccontar la mia storia; e solamente dopo averla narrata, mi sentii sollevato.

Fin d’allora, a un’epoca indeterminata, riprovo quell’agonia; e finchè non ho rifatto lo spaventoso racconto, il cuore mi brucia nel petto.

Io passo, come la notte, di terra in terra, e ho una strana facoltà di parola. Appena lo vedo in viso, riconosco subito l’uomo destinato ad udirmi; e gli comincio a dire l’edificante mia storia.

Che alto strepito esce da quella porta! I Convitati sono tutti là: la sposa e le sue damigelle son nel giardino e si odon cantare… Ma ecco la campanella del vespro che invita me alla preghiera.

O Convitato! Quest’anima si è trovata sola sull’ampio, ampio mare: tanto sola, che Dio stesso pareva appena esser là.

Oh, più dolce del nuziale festino, molto più dolce per me, è l’avviarmi alla chiesa, in devota compagnia.

Incamminarmi alla chiesa, e là pregar tutti insieme, mentre ognun s’inchina al gran Padre, vecchi, bambini, teneri amici, e giovani, e allegre fanciulle.

Addio, addio! Ma questo io dico a te, o Convitato: prega bene sol chi ben ama e gli uomini e gli uccelli e le bestie.

Prega bene colui che meglio ama tutte le creature, piccole e grandi; poichè il buon Dio che ci ama, ha fatto e ama tutti.

Il marinaro dall’occhio brillante, dalla barba brinata dagli anni, è sparito – e ora il Convitato non si dirige più alla porta dello sposo.

Egli se ne venne, come stordito, e fuori dai sensi. E quando si levò la mattina dopo, era un uomo più triste e più savio.

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